Borghi

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Bagnaia

Altitudine (m.s.l.m.): 441
Popolazione: 5.400
Link: https://www.comune.viterbo.it/

Sorta su un pre-esistente castello longobardo intorno al 963, Bagnaia divenne proprietà dei vescovi di Viterbo dal 1193. Fu poi possesso della Camera Apostolica dal 1587 al 1656 quando Alessandro VI la concesse in enfiteusi al duca Ippolito Lante della Rovere, insieme alla splendida villa rinascimentale che ne porta il nome. Il piccolo centro, dalla caratteristica forma "a cuneo", sorge a 441 metri sul livello del mare ed è raggiungibile percorrendo un ponte sulla valle Pierina.
Il suo nome è legato indissolubilmente alla famosissima dimora rinascimentale e all'adiacente parco di oltre 22 ha. Villa Lante si compone di due palazzine simmetriche la prima delle quali fu commissionata dal cardinal Gambara a Giacomo Barozzi da Vignola, artista molto apprezzato dai contemporanei e che molto lavorò per altri nobili committenti nel territorio dei Monti Cimini. forse per emulare il cardinale Alessandro Farnese a cui era anche legato da una parentela e che andava costruendo l'omonimo palazzo, a Caprarola.

Tra il 1568 e il 1578 sorse così il magnifico giardino all'italiana e la casina che ancora oggi porta il suo nome. Ma sarà Alessandro Damasceni, insignito della porpora cardinalizia con il titolo di Montalto dallo zio Felice Peretti, divenuto papa col nome di Sisto V, a completare la villa sul finire del XVI sec. con la costruzione della seconda casina, detta, appunto, Montalto in onore del suo costruttore.
La villa consta di due palazzine simmetriche immerse in un notevole giardino all'italiana, dove sono stati magistralmente costruiti i tanti elementi di questo elaborato genere d'architettura d'esterno: vi si notano statue, fontane, giochi d'acqua ed un ordinato e nitido labirinto di siepi.

Il borgo, costruito prudentemente su uno sperone roccioso, è collegato alla villa tramite il cosiddetto "Tridente". A Bagnaia si deve ammirare pure il Palazzo della Loggia, in origine superbamente decorato e circondato da un parco ornato di statue e fontane.

Bagnaia, circondata da fitti boschi di querce, olmi, faggi e castagni, offre numerose possibilità di escursione. Il soggiorno è reso piacevole e vivace dai numerosi appuntamenti di festa previsti nell'arco dell'anno: infatti annualmente vengono organizzate alcune tradizionali manifestazioni delle quali la più importante è sicuramente la Processione del Venerdì Santo.

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Canepina

Altitudine (m.s.l.m.): 501
Popolazione: 3.095 (2001)
Link: http://www.comune.canepina.vt.it/

L’origine di Canepina risale all’alto medioevo: il primo documento che ne fa menzione risale al 1093 e sappiamo che la sua costituzione fu voluta dai prefetti di Vico (che ne richiesero però conferma ed approvazione dal pontefice).

I dintorni furono frequentati fin dall’epoca etrusca, come dimostrano i reperti rinvenutivi, e le numerose attestazioni della presenza umana nel territorio inducono a pensare alla nascita di un abitato rustico in epoca molto antica. Possedimento del Comune di Viterbo, Canepina fu da questo donata al papato; ceduta da papa Paolo III Farnese al figlio Pierluigi, rimase poi per lungo tempo sotto il diretto dominio dei Farnese, incorporata al Ducato di Castro e Ronciglione, fino ad essere infine restituita ai beni della Chiesa quando Castro venne distrutta per volontà di papa Innocenzo X.

Canepina conserva numerose testimonianze del suo passato: il Borgo Medievale, visione degna di un racconto fantastico nei giorni di bruma invernale; il Palazzo Comunale, seicentesco; il Castello Anguillara, dalle caratteristiche torri cilindriche.
Numerose le chiese, ricche di notevoli opere artistiche: la cinquecentesca chiesa di Santa Maria Assunta, ad esempio, è un ampio edificio a tre navate e possiede un calice ed una patena d’argento opera di un quattrocentesco orafo viterbese, mentre la chiesa della Madonna del Carmine, a navata unica, è comunque ammirevole per gli affreschi, gli stucchi e le decorazioni cinquecentesche che ne abbelliscono l’interno.

Una visita merita certamente il Museo delle Tradizioni Popolari, che ha sede nell’ex convento dei Padri Carmelitani: qui sono conservati gli oggetti della vita quotidiana ed i tradizionali strumenti di lavoro utilizzati dagli antichi abitanti per le attività artigianali più tipiche di Canepina, la costruzione delle botti di castagno e la lavorazione della canapa.

Canepina è nota per i boschi di castagni che la circondano: il prezioso albero ha contribuito al benessere degli abitanti con il suo legno, dal quale, fino a pochi decenni fa, si producevano la botti per la conservazione del vino, e con il suo frutto saporito, prodotto, commercializzato e gustato sotto forma di tante specialità.

Ad Ottobre, negli ultimi tre week-end del mese, si svolgono le rinomate “Giornate della Castagna” celebrazioni a carattere folcloristico, culturale e gastronomico. Durante le giornate vengono aperte le caratteristiche ed antichissime cantine dove si possono gustare i prodotti tipici locali ed in particolare i primi piatti “Maccaroni” e “Ceciliani”, pasta fatta in casa condita con sughi ricchi di profumati porcini dei Monti Cimini.

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Capranica

Altitudine (m.s.l.m.): 370
Popolazione: 5.604 (2001)
Link: https://www.comune.capranica.vt.it/

Parte della più antica donazione imperiale al papa (728 d. C.), quella Valle di Sutri che costituirà il primo nucleo del Patrimonium Sancti Petri, Capranica è una cittadina sviluppatasi, come tanti altri centri del territorio, sopra uno sperone di tufo a circa 370 metri di altitudine sul livello del mare.

L’abitato etrusco fu poi conquistato dai romani che vi stabilirono un presidio militare, vuoi per la vicinanza con l’importante città di Sutri, vuoi per la splendida ed amena posizione, vuoi per il clima invidiabile e la ricchezza di boschi e di acque: da qui, infatti, provengono molte ed apprezzate acque oligominerali oggi in commercio, acque termali e curative e pure acque di fonte che gli abitanti ancora oggi utilizzano per il proprio consumo senza divulgarne troppo il nome e le proprietà. Il territorio è d’origine vulcanica, e l’abbondanza di minerali presenti nel sottosuolo arricchisce le acque senza per questo renderle sgradevoli al gusto. A poca distanza dall’abitato s’innalza la mole verdeggiante del Monte Fogliano, ricco di cerreti e faggeti: ma sono i castagni, i noccioli e le viti di Capranica a produrre i frutti più apprezzati e sono i pini a rallegrare le festività natalizie (anzi, una gentile proposta della comunità avrebbe voluto fosse Capranica a fornire un albero di pino al Pontefice: purtroppo la storia e la scomparsa del parroco, don Luigi Micheli, unitamente alla morte di papa Giovanni XXIII decisero altrimenti).

Un nuovo abitato fondato più a nord dai romani venne chiamato Vico Matrino: il suo territorio era attraversato dalla Via Cassia, importante arteria che collegava (ed ancora collega) Roma con Viterbo, così da consentire il veloce transito delle merci qui prodotte e smerciate nei centri maggiori. Al crollo della potenza di Roma i barbari invasero anche queste zone, distrussero Vico Matrino e ne dispersero la popolazione; le case dell’antico centro, abbandonate e diroccate, divennero presto un rifugio per i pastori, che vi si stabilirono poi definitivamente con i loro greggi di capre dando così alla città il suo nome. Sappiamo che nel X secolo Capranica fu concessa dall’imperatore Ottone III al monastero dei Santi Alessio e Bonifacio sull’Aventino; sempre nel Medioevo, Capranica costituì un importante presidio della Santa Sede ma ebbe a soffrire nei secoli diverse invasioni: vi giunsero i Longobardi ed i Franchi (da qui passò Carlo Magno, che poi a Roma sarebbe stato incoronato imperatore); fu terrorizzata da briganti e dalle truppe dei signori feudali che ne disputarono il possesso alla Santa Sede.

Feudo degli Anguillara, passò poi ai Da Vico per ritornare agli antichi Signori: ospite di questi ultimi fu Francesco Petrarca, che vi giunse nel 1337. Scacciati gli Anguillara nel 1465, la popolazione fece atto di dedizione al Papa, ricevendone in cambio esenzioni e benefici. Il governo della Santa Sede fu gestito attraverso la nomina di governatori cardinali, l’ultimo dei quali fu il cardinale Alderano Cybo: a partire dal 1676 fu affidata a governatori laici che si successero per circa un secolo, fino alla conquista napoleonica.

In epoca moderna le vicende di Capranica non raggiunsero i drammatici vertici vissuti altrove, a Ronciglione, ad esempio, o a Monterano: fu conquistata dalle truppe francesi e si adeguò alla nuova gestione amministrativa, abbastanza apprezzata, se si esclude l’abitudine alla leva forzata, la partecipazione alle imprese militari del nuovo ed intraprendente governo e la deportazione degli oppositori e degli affezionati all’Ancien Régime. Anche la comunità di Capranica eresse il proprio Albero della Libertà, abbattuto nel 1799, e l’aquila dorata, pacificamente trasportata nel Duomo. Più tardi, conquistato dalle armate guidate dal Principe di Sassonia, Capranica avrà un suo governo provvisorio del quale faranno parte distinti membri della borghesia locale. Vi passerà Mazzini, diretto a Roma, che ne conserverà un vivido ricordo; ed infine dalle milizie del Re d’Italia, che vi entreranno il 17 settembre 1870.

Oggi la città offre a turisti e visitatori le tante e differenti bellezze di un territorio affascinante, dove la cordiale affabilità degli abitanti si unisce con la varietà e la competitività delle strutture ricettive.

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Caprarola

Altitudine (m.s.l.m.): 520
Popolazione: 5.197 (2001)
Link: http://comune.caprarola.vt.it/

Edificata sopra uno sperone tufaceo a più di cinquecento metri di altezza sopra il livello del mare, Caprarola deve a suoi antichi feudatari ed al genio dell’architetto Jacopo Barozzi detto il Vignola la sua particolare struttura urbanistica che la pone per importanza al pari di Pienza in Toscana e a Palmanova in Friuli Venezia Giulia. Il suo impianto viario orientato lungo l’asse dell’antica “Via dritta”, la maggiore via cittadina, culmina nel piazzale antistante la mole dominante del Palazzo Farnese. La famiglia Farnese considera come propria “culla” la Tuscia viterbese: la fortuna della stirpe nacque qui e qui gli esponenti principali della casata vollero fossero celebrati i propri fasti. Molte località della Tuscia possiedono castelli, rocche o ville farnesiane ma la vera “reggia” è quella costruita a Caprarola per Alessandro Farnese, nipote di papa Paolo III. Questa maestosa residenza cinquecentesca fu iniziata intorno al terzo decennio del Cinquecento da Antonio da Sangallo, che aveva avuto l’incarico di costruire una fortezza dal futuro papa Paolo III, ai tempi semplice cardinale. All’ascesa del Farnese al soglio pontificio l’importanza e le fortune della famiglia vennero notevolmente accresciute e sancite con l’istituzione del Ducato di Castro: Caprarola divenne sede di una residenza la cui costruzione, affidata al Vignola, potè giovarsi della struttura pentagonale abbozzata dal Sangallo, sapientemente trasformata per la nuova, pacifica destinazione. È in questo momento che l’abitato subisce, seguendo il progetto del Vignola, una radicale risistemazione secondo schemi urbanistici ben definiti, come del resto è successo per Pienza e Palmanova.
Di recente, proprio per merito della sua particolare urbanistica, Caprarola è stata oggetto di studio da parte della Scuola di Architettura del Principe Carlo d’Inghilterra. Sua Altezza Reale in persona, nel 1995, è venuto in visita ai suoi allievi, nel corso del loro soggiorno di studio a Caprarola.

L’antico centro che si sviluppava tra la piccola parrocchiale, il Castello e la fontana delle Tre Cannelle, venne “sfondato” per procurare al Palazzo Farnese il suo ingresso trionfale. La costruzione del nuovo asse viario con le sue cinque piazze equidistanti, modificò l’antico impianto urbanistico tramite l’abbattimento di castelli, chiese e numerose abitazioni private; per rimediare ai disagi, in tal modo causati alla popolazione, il cardinale Alessandro favorì la costruzione di nuovi palazzi, lungo il maestoso viale così costituitosi. Come già accennato, poco distante dal centro abitato, si può ammirare lo splendido scenario del Lago di Vico, facente parte un tempo della romana “Silva Cimina”, descritta negli scritti di Tito Livio e dichiarata Riserva Naturale Regionale già dal 1982.

I visitatori, dunque, possono scegliere di variare il proprio soggiorno con piacevoli escursioni nei Sentieri Natura, che si snodano nei vari ambienti della Riserva Naturale del Lago di Vico, oppure con l’esercizio di vari sport. A Caprarola, inoltre, ci sono anche interessanti opportunità di shopping e la possibilità di visitare alcune aziende agrituristiche.

Il paese, infine, è importante per la grande produzione di castagne e, soprattutto, di nocciole (di qui la “Sagra della Nocciola”, ultimo weekend di agosto e primo di settembre) con le quali si riforniscono le grandi industrie dolciarie e localmente si preparano dolci tradizionali come tozzetti, amaretti, verginelle ed altri dolci come la “giuanna” strufoli e pizzacce. Queste specialità della cucina locale e tante altre come pici, tacconi, filetti di persico e pesce di lago, possono essere gustate presso i numerosi ristoranti del luogo.

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Carbognano

Altitudine (m.s.l.m.): 394
Popolazione: 1.918 (2001)
Link: http://www.comune.carbognano.vt.it/

L’origine del nome di Carbognano è incerta; possiamo ricordare alcune ipotesi. Sul colle di S. Eutizio sorgeva un tempio dedicato a Giano (Ara Jani: Altare di Giano) denominato successivamente Castellaccio di Arignano. Da cui Ara Jani – Arignano – Carbognano. Un antico patrizio romano Carbilio, attratto dalla bellezza del luogo, vi costruì una villa per trascorrere il tempo libero. Da cui Villa Caribilia – Carbiliano – Carbognano. 

Nel territorio di Carbognano, un tempo, c’era una villa del­la famiglia Romana “Carbones”, ricordata anche da Tacito. Alla famiglia apparteneva Luca Papino Carbone. Da cui Carbone – Carbognano. La zona è ricca di tronchi di castagno e di quercia che avrebbero potuto offrire giacimenti di carbone. In passato questo paese fu chiamato ancheCorvignanum o Carmignano come si ricava da una bolla di Eugenio IV del 1443.

Il suo nome compare per la prima volta in un documento del Regesto farfense (817) dove è menzionato un fundum Carbonianum di proprietà dell’Abbazia di Farfa. La storia è legata alle vicende del castello che ancora oggi è sito nel centro del paese con una torre quadrata, curiosamente coperta da una tettoia, che si erge su un gruppo di vecchie case. Le origini del paese, comunque, sono antichissime e si perdono addirittura in epoca pre-romana. Carbognano è menzionato per la prima volta nell’anno 817 in un documento del Regesto farfense dove compare un fundum Carbonianum di proprietà della potente abbazia sabina di Farfa.

L’abitato, di chiara impronta urbanistica medievale, si stringe intorno alla bella mole del castello Farnese, la cui esistenza è provata già dal 1254, quando in un documento dell’epoca viene confermata la sua fedeltà a Viterbo. Dopo il possesso dei prefetti Di Vico, degli Anguillara e della Camera Apostolica, Carbognano passò ad Orsino Orsini nel 1494, sposo di Giulia Farnese. La famiglia castrense lo mantenne in suo possesso fino al 1570 quando passò prima agli Sciarra e, infine, ai Colonna fino al 1870.

Il castello conserva la sua forma cinquecentesca secondo l’aspetto datogli dai Farnese che lo trasformarono da rocca ad abitazione fortificata.La struttura attuale risale al secolo XVI quando Giulia Farnese, stabilitasi in Carbognano, decise di ordinare i lavori della residenza adattando alle proprie esigenze l’antica fortezza preesistente. L’edificio appare con un mastio di forma quadrata posto in un possente quadrilatero irregolare dove tutti i lati dell’edificio, mastio compreso, presentano un filare di beccatelli che sostengono una zona di passaggio coperto aventi merli e feritoie; la presenza di merli dritti denota l’appartenenza al castello alla parte guelfa in quanto la dinastia Farnese fu sempre fedele alla corte papale. La struttura interna del palazzo e la disposizione degli ambienti ripropongono lo schema tipico di quelle abitazioni costituite da un corpo centrale, solitamente destinato a sala di rappresentanza, avente porte a doppio battente che introducono all’interno delle varie stanze.
Per la decorazione di queste ultime, la donna si avvalse dell’opera di autori ignoti ai quali fu affidato il compito di dipingere scudi araldici e motivi decorativi ricorrenti nelle opere di casa Farnese tra cui spiccano: il giglio e l’unicorno associato alla Vergine. Si tratta in entrambi i casi di figure emblematiche in quanto simbolo di castità e purezza. La parete che dà verso la valle si erge sopra un declivio che potrebbe essere stato probabilmente un giardino.
La facciata che dà su Piazza del Duomo si affacciava sul fossato da difesa con il ponte levatoio, e più lunga delle altre tre e collega il castello al palazzotto della comunitas carbognani. tra l’una e l’altra si apre un bel portale che da su una piccola piazza dove si aprono sia il portone del castello, sia quello del Comune.
Del progetto originario, forse oggi nel castello non rimangono che quattro stanze: quella immediatamente dopo l’ingresso, detta dei Cacciatori per gli affreschi del soffitto, da cui si passa ad un salone con il camino, e dal salone in una stanza più piccola “la camera di Giulia”. In una specie di torrione d’angolo Giulia ricavò un bagno: una piccola stanza circolare, con una cupola affrescata. Sopra i portali è ancora scolpito il nome della famosa Giulia Farnese.

Oltre alla collegiata di San Pietro Apostolo, tra gli altri monumenti, va ricordata la scala a chiocciola che dalla piazza del Comune conduce fino alla torre, detta “conocchia dell’orologio”.
Da visitare, infine, il grande lavatore pubblico provvisto di una grande e resistente tettoia, fatto costruire dal principe Colonna a servizio dell’abitato.

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Ronciglione

Altitudine (m.s.l.m.): 441
Popolazione: 7.470 (2001)
Link: http://www.comune.ronciglione.vt.it/

Indissolubilmente legata ai destini della famiglia Farnese è pure la cittadina di Ronciglione, che fu parte integrante del potente ducato (denominato appunto Ducato di Castro e Ronciglione) istituito da papa Paolo III nel 1537 e crollato per volontà di papa Innocenzo X Pamphili con la distruzione della città di Castro da parte delle truppe pontificie nel 1649.

Precedentemente Ronciglione era stata parte dei possedimenti prima dei da Vico (l’ultimo da Vico signore di Ronciglione fu accusato da papa Eugenio IV di ribellione e decapitato) e poi degli Anguillara( nobile famiglia della Tuscia che dominò un vasta porzione di territorio nel Lazio Settentrionale dovette cedere la città e l’annessa contea a papa Paolo II nel 1464). Ronciglione, primo dei Comuni dei Monti Cimini per chi proviene da Roma lungo la Strada Cassia Cimina, sorge a oltre 400 metri di quota, circondato da una natura splendida: boschi di intatta bellezza, corsi d’acqua limpida ed un incredibile panorama che si apre intorno all’ampio bacino del lago di Vico. A causa di questa privilegiata posizione, il territorio comunale offre notevoli possibilità agli escursionisti, agli amanti dello sport e della natura: oltre alle passeggiate nei boschi ed alle tante attività da che si possono praticare all’aria aperta come il tennis e l’equitazione, sulle acque del lago, dove è proibita la navigazione a motore, si possono praticare il surf, la vela, il canottaggio ed il dragon-boat; le acque del lago di Vico sono pulitissime e vi è consentito il nuoto e la pesca. Sulle rive sono attivi alcuni piccoli e ben curati impianti balneari. Le passeggiate nei boschi, a piedi o a cavallo, consentono di entrare in contatto con un ambiente naturale saggiamente preservato grazie alla costituzione di una vasta riserva naturale che comprende circa 3000 ettari di boschi, prati e vallate, dove una ricchissima vegetazione offre riparo ad una varia e multicolore fauna.

I dintorni di Ronciglione sono noti per i gustosi frutti che vi crescono spontanei, per le nocciole, le castagne, i funghi ed altre specialità utilizzate nella gastronomia locale e proposte nei tanti luoghi di ristoro, come i delicati e gustosi pesci di lago e le anguille saporite. La cittadina, di antiche origini etrusche, fu nota nel passato per alcune attività quali la lavorazione del ferro battuto, ancora praticata da abili artigiani, e la produzione di carta, utilizzata come materia prima dalle locali tipografie. Oggi alcune di queste attività sono state abbandonate ma altre ne sono nate ed è ancora possibile visitare le botteghe dove gli artigiani lavorano il ferro, producono oggetti di arredamento, lavorano il marmo, la pietra, il legno ed il cuoio. Il centro abitato consente poi interessanti e variati itinerari di visita perché ricco di monumenti medievali e rinascimentali. In un ipotetico itinerario di visita consigliamo di ammirare il borgo medievale, suddiviso in due diversi centri, inferiore e superiore; la divisione fra i borghi antichi e la città moderna è segnata dalla Porta Romana, chiamata anche porta di San Giovanni, fatta edificare dal duca Odoardo Farnese su progetto del Vignola. La struttura primitiva fu però più volte modificata e vi fu pure inserito una torretta d’orologio, poi eliminata nel secondo dopoguerra. La vasta Fontana dei Liocorni, raffinato monumento cinquecentesco, è probabilmente il più bello fra i monumenti cittadini. Sorge di fronte al Palazzo Comunale e fu creata utilizzando come materiale costruttivo la pietra macigno, proveniente dalla vicina Cava delle Macine: la tradizione lo attribuisce all’ingegno costruttivo del Vignola anche se i critici ne indicano come autore Antonio Gentili, celebre orafo di Faenza. I Torrioni sono quanto rimane di una roccaforte fatta costruire dal Papa a protezione dei territori del Patrimonium Sancti Petri. Ammirevoli gli edifici religiosi: la Cattedrale, edificata alla fine del XVII secolo dal Rainaldi, è affiancata dal campanile settecentesco; la chiesa di Santa Maria della Provvidenza fu edificata nell’XI secolo ma modificata nei secoli successivi, così da presentare ora un elaborato aspetto barocco, assai dissimile dal semplice e sobrio aspetto originario. Semplice la struttura dell’antica chiesa di Sant’Eusebio, costruita tra l’VIII ed il IX secolo; più moderne la Chiesa di San Sebastiano, la cui costruzione risale ai tempi dell’edificazione del Castello, e la cinquecentesca chiesa di Santa Maria della Pace, fatta erigere nel 1551 dal cardinal Farnese per i frati agostiniani (e che alcuni studiosi ritengono opera del Rainaldi o del Vignola): la chiesa ospita oggi la parrocchia di Sant’Andrea, qui trasferita dalla chiesa intitolata al santo stesso ed ora diroccata, della quale è ora visibile il campanile cinquecentesco. Oltre agli edifici nominati si notano le numerose ed antiche abitazioni private dalle nitide facciate e dalle eleganti proporzioni.

Il clima invidiabile e le tante bellezze storiche e naturalistiche fanno di Ronciglione una rinomata meta turistica; le ottime capacità recettive, di ristorazione e il ricchissimo Calendario delle Manifestazioni aggiungono ulteriori attrattive al soggiorno, specialmente se si svolge in uno dei momenti “topici” della stagione.

Ogni anno vengono ripetuti appuntamenti tradizionali e di grande richiamo come il Carnevale, durante il quale vengono organizzate per le vie della città le famose Corse a Vuoto di cavalli senza fantino (spettacoli riproposti due volte l’anno nei mesi di febbraio ed agosto). L’origine della manifestazione è molto antica: il primo manifesto noto risale al 1870, ma naturalmente il Carnevale Ronciglionese era un evento già ben noto. I festeggiamenti si protraggono per l’intera settimana, ad esclusione del venerdì, e comprendono le sfilate delle maschere e dei carri allegorici per le vie della città, il corso di gala e le Corse: l’organizzazione di questi avvenimenti impegna per tutto l’anno gran parte della popolazione. La vocazione turistica della cittadina ha determinato la nascita di alcuni centri di promozione ed informazione dove gli ospiti possono trovare tutti i ragguagli e le notizie utili per strutturare nel modo migliore lo svolgimento della propria visita.

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San Martino al Cimino

Altitudine (m.s.l.m.): 561
Popolazione: 3 866
Link: https://www.comune.viterbo.it/

Borgo aereo di affascinante bellezza, San Martino al Cimino deve la sua attuale conformazione urbanistica alla sua erezione a principato ad opera di Innocenzo X, che ne investì la vedova di suo fratello, donna Olimpia Pamphilij Maidalchini. Fu questa, infatti, a dedicarsi alla sistemazione dell’abitato, fino ad allora stretto intorno all’Abbazia cistercense, affidandone il progetto a Marcantonio de’ Rossi ed altri grandi nomi del tempo tra cui il Bernini e il Borromini (che disegnò la porta urbica). 

L’abitato di San Martino fu costruito su un’altura, a 561 metri di altitudine sul livello del mare. Una lunga teoria di case a schiera di identiche dimensioni e forma appoggiate alla cinta muraria esterna, costituiscono l’impianto urbanistico del paese che, visto dall’alto, presenta una forma semi-ellittica. Le case rappresentarono il risultato di uno studio standardizzato, una sorta di case popolari a riscatto. La cerchia muraria ha due uniche aperture: una a monte e l’altra a valle, in direzione di Viterbo; l’una e l’altra porta si aprono sulle due strade principali, che conducono direttamente ai due centri, religioso e politico, della città: la chiesa ed il palazzo. 

L’Abbazia sorse durante la prima metà del XIII secolo su una precedente risalente ad almeno due secoli prima, ad opera dei monaci cistercensi francesi di Pontigny. La sua costruzione, secondo alcuni, si deve al volere del cardinale Raniero Capocci, che la iniziò dopo la sua nomina a vescovo di Viterbo nel 1207. Nella facciata, circondata da due torri campanarie seicentesche (progettate dal Borromini), sormontate da cuspidi piramidali, si apre una grande polifora gotica; notevole la parte esterna dell’abside a forma poligonale con doppio ordine di monofore. 

Da visitare il Palazzo Doria Pamphilij, eretto incorporando parte dell’ex convento (portale romanico), da Donna Olimpia Maidalchini-Pamphilij. Completamente ristrutturato nel 1652 da vari maestri tra cui il Bernini, ospita oggi alcuni corsi dell’Università degli Studi della Tuscia e la sede dell’Azienda di Promozione Turistica di Viterbo. Al suo interno pregevoli sale affrescate, saloni con ricchi soffitti lignei, fregi in affresco, una notevole scala in peperino e un camino monumentale.
San Martino al Cimino si trova sul versante meridonale dei monti Cimini nella riserva naturale del lago di Vico.

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Soriano nel Cimino

Altitudine (m.s.l.m.): 509
Popolazione: 8.185 (2001)
Link: http://www.comune.sorianonelcimino.vt.it/

La mole ferrigna del castello Orsini, fatto edificare da papa Niccolò III intorno al 1279, domina Soriano e il territorio circostante, quasi incombendo, con la sua ombra, sulle case strette e arroccate del vecchio borgo medievale. E’ il castello a costituire l’elemento caratteristico del panorama di Soriano, conservando ancora nell’insieme, pur con i rimaneggiamenti rinascimentali, i caratteri del grande e solido maniero medievale, arcigno e cupo d’aspetto. Ma se questo è stato senza dubbio il testimone indiscusso della storia di Soriano dal periodo alto-medievale ad oggi, la città perde le sue origini nella notte dei tempi, volendo alcuni che il suo nome risalga a quello dell’antica Surrina, città etrusca conquistata dal console Quinto Fabio Rulliano nel 310 a.C..
Fonti cristiane ne attestano l’evangelizzazione da parte del vescovo Eutizio di Ferento, durante il III secolo d.C., che qui venne sepolto dopo il martirio. Dopo aver fatto parte dei possedimenti delle abbazie benedettine romane di San Silvestro in Capite e di San Lorenzo fuori le mura, passò in feudo ai Guastapane che, a causa di un’accusa di eresia, ne furono presto spogliati dal papa Niccolò III. Questi vi fece costruire un castello lì dove esisteva una sola torre, vi stabilì la propria dimora estiva, lo concesse in feudo al nipote, Orso Orsini, e vi morì improvvisamente nel 1280. In posizione militare favorevolissima, Soriano fu contesa a lungo dalle famiglie baronali della zona che ne ambivano il possesso per la propria supremazia. E’ a Soriano che ebbe fine la storia della potente famiglia dei prefetti Di Vico, guerrieri prepotenti e senza scrupoli, che da un piccolo castello in riva all’omonimo lago, arrivarono a diventare signori di Viterbo. Qui, nel 1433, il cardinale Vitelleschi fece decapitare Giacomo, l’ultimo rappresentante della famiglia che contasse qualcosa, preso prigioniero a Vetralla col favore di alcuni infiltrati.

Dal punto di vista urbanistico, il centro storico di Soriano conserva ancora il suo antico aspetto, tutto acciambellato intorno alla cima del colle sul quale è costruito il castello, con una disposizione delle case a cerchi concentrici. Nella parte rinascimentale, si trova il Palazzo Albani-Chigi realizzato almeno in parte su disegno di Jacopo Barozzi da Vignola. La costruzione, voluta dal Cardinal Madruzzo, è adiacente alla fonte detta di “Papacqua”, sorgente celebre per i gruppi scultorei di cui è ornata ricavati direttamente dalle stesse rocce del sito. Si tratta di una serie di undici cannelle con mascheroni e un gruppo marmoreo raffigurante Mosè ed altri personaggi minori. Il nome (acqua da Papa, acqua regina), deriva forse dalla straordinaria freschezza e purezza dell’acqua che vi sgorga e, secondo una leggenda ancora oggi molto comune, il berne sarebbe di buon augurio. Notevole la grande chiesa collegiata di San Nicola di Bari, santo protettore di Soriano, che conserva al suo interno un bel trittico quattrocentesco con Salvatore benedicente e una straordinaria statua alto-medievale raffigurante Sant’Antonio Abate assiso in trono. Più oltre si trova il chiostro della SS. Trinità o di Sant’Agostino, annesso alla chiesa omonima. In questa si trova una preziosa tavola del XIV secolo raffigurante la Madonna, detta della Santissima Trinità, donata dal cardinale Egidio da Viterbo nel 1516 al convento dei Padri Agostiniani del Monte Cimino, e qui trasferita nel 1652. Nei dintorni di Soriano, sono le frazioni di Sant’Eutizio, con il convento e l’omonimo santuario, e Chia, dove è l’omonima torre medievale che fu di Pierpaolo Pasolini.

Lungo la strada per Vignanello si incontra il Santuario e Convento di Sant’Eutizio, sorgente nell’omonima frazione. Il Santuario custodisce le spoglie del Santo ed è costruzione relativamente recente, databile al XVIII secolo; sotto al santuario si trovano le antiche catacombe, collegabili alla prima evangelizzazione del territorio.

Tra le tante specialità della gastronomia locale ricordiamo gli “gnocchi col ferro”, gli “spaghetti con ricotta”, sutrine e frittelle di broccoli e borragine e le specialità legate a festività tradizionali quali le Sagre di Sant’Antonio e di Sant’Eutizio, e quella, eminentemente gastronomica, delle castagne (sagra ottobrina che vede la tradizionale partecipazione degli storici rioni cittadini di Soriano, Papacqua, Rocca, San Giorgio e Trinità).

Fra le manifestazioni certamente la più drammatica e toccante è la Processione del Cristo Morto, organizzata ogni anno durante l’ultimo venerdì che precede la Pasqua.

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Vallerano

Altitudine (m.s.l.m.): 390
Popolazione: 2.505 (2001)
Link: http://www.comune.vallerano.vt.it/

Il paese della musica. Tale è infatti la tradizione musicale di Vallerano, che non potrebbe essere definito altrimenti. Qui nacquero musicisti come Giovanni Maria Nanino, che fu allievo di Pierluigi da Palestrina, o Giovanni Bernardino Nanino, fratello del precedente, e l’organista Paolo Agostini. Tutti compositori forse non noti al grande pubblico, ma le cui opere furono apprezzatissime dai contemporanei e ricercate anche in ambito europeo.

La presenza di resti di antichissime costruzioni nei dintorni del paese, fa pensare che l’area sia stata abitata già in età del bronzo. Gli stessi reperti ritrovati sarebbero indizi di una origine fenicia del paese tanto che il toponimo, secondo alcuni autori e una elaborata teoria, deriverebbe dal caldeo “Baal eran”, cioè “luogo della scolta”, fortificazione in terra straniera.

Per avere notizie certe sulla cittadina bisogna però attendere fino al dodicesimo secolo, quando, in una donazione fatta da papa Adriano IV al Capitolo Vaticano, fra altri beni nominati si fa menzione anche di questa località. Ancora la documentazione conservata ci fa sapere che, verso la fine dello stesso secolo, gli abitanti di Vallerano sottoscrissero un accordo con quelli di Viterbo per mantenere pace fra le due comunità e reciproco aiuto in caso di attacchi nemici dall’esterno. Dopo circa un secolo, però, Vallerano, divenuta feudo, fu ceduta dai Da Vico agli Orsini, che cercarono di tenerla soggetta contro la volontà del Comune di Viterbo, che la reclamava per sé senza più tenere in considerazione gli accordi sottoscritti: questi scontri si ripeterono fino al 1432, quando agli Orsini si sostituirono i Da Vico, che passarono direttamente alle vie di fatto occupando Vallerano.
In questa occasione dovette intervenire addirittura il papa, che vi inviò Nicolò Fortebraccio, capitano di ventura. Ritornata sotto diretto dominio pontificio, Vallerano fu infeudata, successivamente, a Domenico Ronconi di Rossano, all’Ospedale di Santo Spirito, a Pier Ludovico Borgia ed infine, compresa nel ducato di Castro, ai Farnese. Con la distruzione di Castro Vallerano tornò ai pontefici. Alla fine del Settecento lo Stato della Chiesa la concesse in enfiteusi a Tommaso Giorgi. 

Legato a un miracolo mariano, è il santuario della Madonna del Ruscello, grande chiesa dalla facciata barocca il cui disegno si deve a Jacopo Barozzi da Vignola o a un suo discepolo. Il tempio sorge lì dove il 5 luglio 1604, mentre il pittore Stefano Menicocci stava restaurando un quadro della vergine Maria, sgorgò del sangue dalle labbra dell’immagine.

All’interno una serie di pregevoli affreschi, una pala d’altare del Pomarancio raffigurante l’estasi di San Carlo Borromeo e un maestoso organo a canne barocco realizzato nel 1644 dai romani Alessandro Vibani e Giovan Battista Chiuccia.
Nel centro storico, da visitare è la chiesa quattrocentesca dedicata al patrono di Vallerano, San Vittore.

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